Time to (design) think!

Sempre più spesso le aziende devono affrontare un mismatch tra domanda e offerta di lavoro, che comporta difficoltà nel trovare i giusti candidati o, in alcuni casi, nel trovarne in assoluto. Questo dipende in larga parte da una mutata visione del mondo delle nuove generazioni, la cui scala di valori e di priorità è molto diversa rispetto al passato.
Il primo passo per trovare un punto di incontro ed essere attrattivi per i giovani? La comprensione del linguaggio e dell’orizzonte culturale di cui si fanno portatori.

“Chi parla male, pensa e vive male. Bisogna trovare le parole giuste.
Le parole sono importanti!”

Apro questo articolo con una citazione di Nanni Moretti nei panni del personaggio Michele Apicella, nel suo film “Palombella Rossa”. Che le parole siano importanti ce ne dovremmo accorgere tutti, ogni giorno: quante volte capita che anche solo una semplice e innocua parola cambi completamente le sorti di un discorso, modificando la percezione degli interlocutori?  Dunque le parole sono tutt’altro che innocue. Non solo: esse sono il veicolo con cui si concretizza il linguaggio, strumento principe della comunicazione umana.

Questo discorso vale anche per le aziende: è attraverso il linguaggio che scelgono di utilizzare che vengono comunicati all’esterno la visione, i valori, gli impatti di cui ogni realtà si fa portatrice. Se chi guarda da fuori un’azienda non ne condivide il linguaggio, non potrà neanche comprenderne gli orizzonti culturali. Ma c’è di più: il linguaggio è espressione delle lenti con cui guardiamo il mondo; dunque, un linguaggio che non sta al passo con i tempi potrebbe essere indizio di una visione ormai inadatta al contesto che stiamo vivendo e, soprattutto, alle mutate esigenze di chi questo contesto lo anima e sarà destinato a guidarne gli sviluppi futuri: le nuove generazioni.

Il linguaggio come abilitatore della relazione con l’altro

Sulla natura del linguaggio la filosofia si interroga da secoli, arrivando, in epoca moderna, a legarlo in modo sempre più forte alle capacità cognitive dell’essere umano. Il linguaggio viene così riconosciuto come strumento comunicativo per eccellenza, che consente di esternare i propri pensieri e di creare una connessione di tipo sociale con l’esterno. In questo quadro, le spiegazioni filosofiche sul che cosa esso sia sono state varie e, spesso, assai distanti tra loro; ma, a prescindere dai diversi tentativi di rispondere alla domanda “che cosa”, ciò che è interessante rilevare è che il linguaggio è un abilitatore della relazione con l’altro e, in generale, con il mondo esterno. Se questo non fosse abbastanza per convincere della funzione cruciale che il linguaggio svolge nelle nostre relazioni, metto sul tavolo un’argomentazione in più, che prendo in prestito dal linguista Austin: il linguaggio ha una funzione operativa, ovvero può modificare il mondo. Secondo Austin, infatti, attraverso i cosiddetti enunciati performativi, non ci si limita a descrivere – il mondo, ciò che si pensa o si prova, ndr – ma si modifica l’esistente, in modo più o meno efficace. Così, le parole hanno lo stesso effetto di vere e proprie azioni.

Orizzonte culturale e gap generazionale: quando il “famo a capisse” non basta più

 Un altro elemento che non possiamo non considerare nella nostra riflessione sul buon uso del linguaggio è il contesto culturale. Affinché una comunicazione vada a buon fine, è necessario condividere con l’altro non solo la lingua – ça va sans dire –  ma anche l’orizzonte culturale, appunto: abitudini, valori, obiettivi e visioni

Il fatto che non basti la lingua a capirsi lo sperimentiamo tutti i giorni guardando l’interazione tra generazioni diverse: Boomer, X, Millennial, Zeta e Alpha sono quelle che ora condividono la scena e coprono un arco temporale che va da fine degli anni Quaranta ai primi Duemila. Se la pensiamo in questi termini, non è difficile immaginare il gap culturale (e linguistico) che vi può essere tra chi è nato nel decennio post bellico, e chi ha visto la luce ben dopo la caduta delle Torri Gemelle. Eventi storici, situazione economica, fatti di costume influiscono sulle premesse culturali con cui ogni generazione guarda e si muove nel mondo, e questo accade da sempre. Tuttavia, c’è stato un fatto in particolare che ha dato un’accelerazione definitiva alla  distanza fisiologica tra nati in epoche diverse: il digitale.

L’avvento del digitale ha cambiato paradigmi e abitudini comportamentali, mentali, linguistiche e, in generale, di apprendimento. Se pensiamo alla Gen Z, che include i veri nativi digitali, e che ora si sta affacciando al mondo del lavoro, sembra avere un linguaggio tutto suo (Ok Boomer!) e, anche una visione del mondo, che, guarda caso, sembra essere generalmente trasversale agli appartenenti a questa generazione. 

Le priorità sono infatti cambiate rispetto a quelle dei loro genitori, come riporta la survey annuale condotta da Deloitte nel 2023 (qui il link per leggerla completa), che mostra che la scala di valori per la Gen Z – e anche per i Millennial – è mutata in confronto al passato:

    • – più attenzione al work-life balance 
    • – centralità della salute mentale
    • – centralità della flessibilità lavorativa (l’80% degli intervistati italiani appartenenti alla Gen Z e il 79% dei    Millennial ha dichiarato che sarebbe disposta a cambiare azienda se venisse richiesto loro di lavorare solo in presenza)
    • – priorità alla famiglia e agli amici sulla carriera
    • – controllo dell’impatto ambientale


Con il subentrare di nuovi bisogni, diventa fondamentale trovare un punto di incontro, soprattutto in azienda; se non lo si trova è più facile incappare nel mismatch tra domanda e offerta di lavoro, problematica che attualmente interessa moltissime realtà e che rende le aziende, alle volte, poco attrattive agli occhi dei giovani. Per andare in questa direzione virtuosa, è necessario uno sforzo prima di tutto linguistico: parlare la stessa lingua e “trovare le parole giuste” rende più semplice la comprensione anche del purpose di cui essa si fa portrarice.